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SINAI: I mercanti di sogni

ottobre 21st, 2008 | by Red
SINAI: I mercanti di sogni
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SINAI: I mercanti di sogni
Cristina Rigutto

La costa del Mar Rosso, lungo la penisola del Sinai, è il nuovo paradiso dei turisti. Facilmente raggiungibile per la sua vicinanza all’Europa e l’abbondanza di rotte charter, offre lusso a basso costo, paesaggi esotici e sole tutto l’anno.

Parimenti la costa del Mar Rosso, lungo la penisola del Sinai, è il nuovo inferno dei beduini.
Prima dell’arrivo dei turisti, e della folle antropizzazione della costa, i territori desertici erano bene comune, intere tribù di beduini beneficiavano di quelle zone desertiche dove potevano coltivare qualche ortaggio e, soprattutto, potevano aver un facile accesso al mare per la pesca. Il pesce infatti, offriva alle tribù non solo sostentamento, ma anche merce di scambio da offrire alle altre popolazioni dell’entroterra, nei periodi di migrazione.

I legami tribali erano fortissimi, tutto era bene comune, e i profitti dei singoli venivano sempre divisi con l’intera tribù. La tradizione nomade era forte, importante, e tramandata di padre in figlio.

Poi arrivarono in turisti, il cemento iniziò a diffondersi lungo la costa, come una muffa bianca che a volte lambiva anche l’acqua, e presto fu impedito ai beduini, non solo l’accesso al mare, ma anche di pescare al largo, di fronte agli alberghi.
Senza terra, senza acqua dai pozzi, senza pescato, i beduini dovettero trovare un altro modo di sostentarsi. Cercarono lavoro nell’industria turistica, diventando netturbini e giardinieri.

Da nomadi si trasformarono in stanziali, le tende di pelle di cammello, mutate in baracche di fango e lamiera. Gli scarsi guadagni dovevano sostentare l’intera tribù, e non c’era lavoro per tutti perché il miraggio di un impiego attirava anche gli agricoltori dell’entroterra e i giovani dal Cairo.

L’interazione con i turisti cambiò i giovani che a contatto con lo sfavillante mondo del turismo, scoprirono un modo diverso di vivere, iniziarono a ricusare la tradizione facendo venir meno l’affiliazione tribale.
Il popolo che per secoli è sopravvissuto al deserto, deve ora trovare il modo di sopravvivere al turismo.
Non ha più nulla da vendere se non la sua stessa tradizione e, in una sorta di prostituzione culturale, i beduini diventando mercanti di sogni.

Sono loro le nuove guide del deserto che accompagnano gli impavidi turisti tra le dune sabbiose, regalandogli l’impressione di aver vissuto un’esperienza unica ed irripetibile, e non l’avventura programmata del banale pacchetto acquistato: “la cammellata nel deserto” (licenza linguistica, questa perché dromediarata non aveva lo stesso piacevole suono).
Sono loro che lustrano gli argenti per ospitare sotto la loro tenda i turisti paganti e offrirgli il tè, così come previsto dal pacchetto “Il tè nel deserto”. Loro, che pochi anni prima esercitavano il ruolo di maschio padrone e non riconoscevano alcun diritto alle donne della tribù, oggi subiscono l’umiliazione di servire delle donne e per di più “infedeli”.
E quando il pacchetto turistico non fa più sognare, sono ancora loro a fornire un nuovo nirvana, un sacchetto d’hashish da vendere al turista che cerca emozioni forti, non essendo forte abbastanza l’emozione del testimoniare la fine di un popolo.

Bibliografia:
BEHBEHANIAN L., Policing the illicit. Peripheries of Egypt’s Tourism Industry, in “Midlle East Report”, n. 216/2000
CARIDI P., Beduini di nuovo sotto tiro, in “Il Riformista”, 27/04/2006
DINA F. A., Case study of development of peripheral coastal area of south Sinai in relation to its Bedouin community, “Ph.D. dissertation”, Virginia Polytechnic Institute, 1998

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